sabato 6 dicembre 2008
venerdì 27 giugno 2008
La questione abitativa

di Emanuela Melchiorre
Dopo la soppressione dell'Ici per la prima casa non di lusso e la convenzione Governo-Abi sulla negoziazione dei mutui a tasso variabile, il governo ha nuovamente affrontato con la Finanziaria la questione abitativa, che risulta essere un problema complesso e variegato e che riguarda molti aspetti della vita sociale ed economica del paese. Le nuove disposizioni in tema abitativo integreranno un quadro di politiche già avviate a favore delle categorie meno abbienti, al fine di aumentare il loro reddito disponibile e i loro consumi, favorendo, altresì, la formazione di nuove famiglie, oggi in forte crisi.
Il governo ha, infatti, annunciato che entro sessanta giorni dall'entrata in vigore della Finanziaria sarà varato un Piano nazionale per la realizzazione di «misure di recupero del patrimonio abitativo esistente e di costruzione di nuovi alloggi». In sintonia con i provvedimenti della Finanziaria, anche il sindaco di Roma Alemanno, nonostante il grave deficit di bilancio ereditato dall'amministrazione Veltroni, ha reso noto che farà partire l'erogazione di 10.156 «buoni casa» in assegni circolari di importi variabili, intorno ai 3.100 euro, distribuiti dai municipi cittadini, a favore delle persone a basso reddito, per attenuare il peso del «caro affitto».
Il valore complessivo dell'edilizia residenziale che sarà oggetto del «piano casa», secondo le stime del Tesoro, è di 23 miliardi di euro e di un milione circa di appartamenti, distribuiti su tutto il territorio nazionale. Il piano offre molte innovazioni rispetto ai piani abitativi che negli anni pregressi si sono alternati. In primo luogo, prevede che il ricavato della dismissione degli alloggi ex Iacp dovrà essere destinato a interventi «volti ad alleviare il disagio abitativo». Inoltre, alle tradizionali categorie disagiate alle quali il piano abitativo è destinato (famiglie a basso reddito, anziani in condizione di svantaggio socio-economico, sfrattati e inquilini con reddito annuo lordo complessivo familiare basso o con handicappati o con anziani nel nucleo familiare) si aggiungono altre due categorie: gli studenti fuori sede e gli immigrati regolari. Oltre a ciò, il prezzo di vendita al quale gli alloggi saranno venduti verrà calcolato non già sul valore catastale dell'immobile, come avveniva in passato, ma in modo tale che la rata del mutuo che l'inquilino dovrà pagare per l'acquisto dell'abitazione non dovrà essere sostanzialmente diversa dal canone di locazione, per evitare un aggravio dei costi e garantire una sostenibilità dell'operazione di compravendita per i meno abbienti. Infine, secondo quanto previsto dal provvedimento, tutta l'operazione della creazione di nuovi alloggi sarà finanziata mediante il reperimento di risorse finanziare ora parcellizzate in molti fondi inutilizzati e concentrate in un unico fondo pari a 800-900 milioni di euro, che si andrà a sommare al ricavato della vendita degli immobili ex Iacp.
Nei programmi di promozione dell'edilizia sociale verranno coinvolti anche i soggetti privati, attraverso gli aiuti alle cooperative edilizie costituite fra persone indicate dal provvedimento (famiglie svantaggiate, immigrati regolari ecc.), le agevolazioni fiscali, i diritti edificatori e i premi in volumetria edificabile alle imprese edilizie che destineranno una quota non inferiore al 60% delle nuove unità abitative alla «social housing» (edilizia sociale).
Da un punto di vista generale, è noto che in Italia circa il 73% delle famiglie possiede l'abitazione in cui vive. Per le restanti famiglie, specialmente per quelle con reddito medio-basso e in particolare nelle grandi città, il «caro-casa» ha raggiunto negli ultimi anni livelli progressivamente divenuti insostenibili, in conseguenza non solo dell'alto livello dei mutui e degli affitti, ma anche della contrazione nella produzione di alloggi da parte dell'edilizia pubblica popolare.
Il rilancio dell'edilizia residenziale pubblica e privata da parte del governo dovrebbe risolvere molti problemi, tra i quali quello dell'occupazione abusiva di immobili privati e pubblici, che provoca grave danno alla collettività e soprattutto ai piccoli proprietari. Costoro praticamente si vedono spesso espropriati del proprio bene, mentre la giustizia latita e impiega anni per stroncare gli abusi che, specie a Roma, sono più che numerosi e hanno le loro cause nell'infelice politica dell'amministrazione di Rutelli e di Veltroni.
La questione abitativa ha raggiunto in Italia livelli di emergenza per la concorrenza di più fattori. Relativamente agli ultimi decenni si rileva in primis, che la speculazione nel mercato immobiliare, che ha caratterizzato le economie industriali dopo lo scoppio della bolla tecnologica della new economy, in questi ultimi anni ha fatto lievitare i prezzi delle abitazioni residenziali e degli immobili industriali fino a triplicarli, senza alcuna valida ragione. Inoltre, si è assistito alla flessione nella costruzione di alloggi popolari in questi ultimi anni e alla dismissione degli immobili residenziali degli Enti previdenziali, degli ex Iacp e dei Comuni, che ha favorito le grandi società immobiliari, con ripercussioni sui prezzi di vendita e sui canoni di locazione.
Intanto, continua l'alienazione degli immobili residenziali degli enti locali e regionali e di gran parte del patrimonio abitativo del ministero della Difesa. A ciò si aggiunge che anche importanti compagnie d'assicurazione e banche hanno attuato processi di dismissione e vendita dei loro immobili residenziali, concentrati soprattutto nelle grandi città. L'alienazione degli immobili pubblici è avvenuta fino ad oggi trascurando le esigenze di politica abitativa, poiché le risorse liberate in gran parte non sono state destinate alla creazione di nuovi alloggi, ma prevalentemente alla riduzione del debito pubblico, sottovalutando le ricadute in termini sociali e di mercato di tale operazione. Gran parte degli immobili così alienati sono stati, inoltre, assoggettati dalle società intermediarie ad un cambio di destinazione, da abitativa a commerciale, e si è ridotta, in tal modo, sensibilmente la disponibilità delle abitazioni sul mercato. A farne le spese sono i pensionati poveri che trovano grandi difficoltà nel sostenere mensilmente l'onere dell'affitto, così come le giovani coppie monoreddito o con un lavoro precario. Le innovazioni che saranno introdotte dal piano casa della legge Finanziaria sono state elaborate per non ripetere gli errori del passato.
Concludono il quadro del crescente costo dell'abitazione le considerazioni relative all'imposizione fiscale che in Italia è elevata e penalizzante (vedi l'imposta di registro, l'Irpef, l'Ici sulle seconde case e sulle prime case date in locazione, la nettezza urbana, ecc.). Né si possono trascurare le spese notarili. Tutti questi oneri ricadono sui proprietari degli immobili, così come gli altri oneri connessi (condominio, manutenzione, sicurezza, oneri amministrativi e burocratici). Questo significa che molto si può e si deve ancora fare per intervenire nell'ambito del mercato immobiliare per incentivare la produzione di alloggi e l'industria edilizia, che come è noto ha un moltiplicatore del reddito molto elevato. Inoltre, occorre facilitare il processo di compravendita, riducendo i costi sia di acquisto che di gestione dell'investimento immobiliare. Tutto ciò servirà, oltre che a sostenere i consumi e il reddito, a incidere positivamente sulle dinamiche demografiche, aiutando soprattutto le giovani coppie, quelle che il ministro delle politiche giovanili, Giorgia Meloni, chiama «eroi», a sostenere le difficoltà di un figlio e di una famiglia, nonostante un lavoro precario.
Emanuela Melchiorre
giovedì 26 giugno 2008
Bolle speculative: manca un coordinamento globale

[26 giu 08] Il periodo che va dagli inizi degli anni Novanta fino ai primi anni del nuovo millennio è stato caratterizzato dalla new economy, ovvero da quella nuova economia che a molti analisti di allora era parso che avrebbe operato una vera rivoluzione nei sistemi economici di tutto il mondo. In altre parole, si pensava allora che questa nuova via dell’economia, più tecnologica, potesse soppiantare in gran parte, se non del tutto, la old economy, come se i prodotti alimentari, energetici e industriali dovessero giocare solo un ruolo di second’ordine rispetto alla nuova via dell’economia dei servizi, imperniata su quelli finanziari. Ne scaturì la nota corsa alla speculazione di borsa che gonfiò la bolla tecnologica, durata per tutta l’amministrazione Clinton e poi scoppiata con perdite ingenti per i risparmiatori. Mancando i controlli, la speculazione innescò la bolla dei beni rifugio, in particolare l’oro e gli immobili, fino a triplicarne i valori nominali con la complicità delle banche, tramite il sistema della cartolarizzazione dei mutui, ideato per mobilizzare i crediti incagliati e poi trasformatosi in un potente strumento di speculazione con i mutui cosiddetti subprime, concessi cioè a clienti meno affidabili. Le società di cartolarizzazione, vere finanziarie speculative, hanno emesso a getto continuo i titoli “spazzatura” che già avevano provocato ingenti danni.
Nell’agosto del 2007 è esplosa la bolla speculativa immobiliare, che ha comportato un crollo dei prezzi degli immobili e una perdita in termini di capitali dei beni usati a garanzia dei prestiti. Le ripercussioni non si sono ancora esaurite e le difficoltà sembrano aumentare, specie per il comparto dei mutui a tasso variabile. Le insolvenze degli operatori privati si sono in tal modo moltiplicate e con esse si è ridotta la capacità delle banche di fare fronte ai loro impegni finanziari. Per affrontare questo nuovo pericolo di fallimento di molti grossi istituti di credito, sia americani sia degli altri Paesi industrializzati, le banche centrali, tra cui la Federal Reserve e la Banca centrale europea, sono corse ai ripari, immettendo massicce dosi di liquidità nel sistema. Non abbiamo ancora imparato la lezione che la cronaca dei mercati finanziari di questi ultimi anni ha tentato di impartirci. Così, dalla new economy ad oggi si è diffusa la mentalità che “giocare in borsa” è possibile, facile e, tramite i prodotti finanziari venduti da ragazzotti nelle banche, coinvolge anche il piccolo risparmiatore, disinformato e sprovveduto. Se però gli atteggiamenti emotivi e, in maggior misura, quelli dettati da ondate di panico dei piccoli risparmiatori causano perdite per loro stessi e per le loro famiglie, gli atteggiamenti assunti dai maggiori speculatori comportano gravi crisi finanziarie che si ripercuotono molto velocemente nell’economia reale dei Paesi industrializzati ed emergenti.
E’ quanto succede nei mercati delle materie prime. I capitali che fuggono dal mercato immobiliare confluiscono in quello dei prodotti energetici (per cui il prezzo del petrolio ha raggiunto la punta di 140 dollari al barile) e, in seconda battuta, in quello dei prodotti alimentari, con ripercussione sui prezzi e quindi accelerando l’inflazione (nell’Ue ha raggiunto ufficialmente oggi il valore del 3,7 per cento, ma quella effettiva è doppia) i cui effetti sull’economia sono lampanti. La speculazione trova particolare forza nelle operazioni sui futures, meri strumenti speculativi, sui prodotti energetici e sulle soft commodities (ovvero su riso, frumento, zucchero e olio), trattati in special modo alla borsa di Chicago e di Londra. In queste contrattazioni i prezzi sono aumentati ben oltre l’indebolimento del dollaro, trascinando anche quelli di altre materie prime. La speculazione ha vita facile per la mancanza di una cooperazione dei Paesi industriali in materia energetica. Sembrano rilevanti, infatti, per individuare una via d’uscita dalla grave impasse in cui si trova l’economia internazionale e in special modo quella europea, le argomentazioni circa una sostanziale implementazione di un gran numero di nuovi impianti nucleari, grazie al recente incontro e accordo tra Sarkozy e Gordon Brown, che è passato alla cronaca come l’ “asse franco-inglese” dell’energia, e grazie anche al piano energetico elaborato dall’attuale governo italiano, che prevede la costruzione di quattro nuovi reattori nucleari. Tale politica, anche se frammentata fra vari Paesi che si mostrano più intraprendenti e non elaborata e concertata a livello europeo, permetterebbe di ridurre i costi per la produzione energetica, i prezzi per il consumatore finale e la dipendenza dei Paesi Ue, ivi compresa l’Italia, da Paesi politicamente instabili. I suoi benefici, tuttavia, si sentiranno fra qualche tempo. La crisi energetica e quella alimentare hanno evidenziato le incompetenze, l’indecisione, in sostanza l’inadeguatezza dell’attuale cooperazione internazionale. Il vertice mondiale sulla crisi alimentare organizzato dalla Fao dal 3 al 5 giugno scorsi, infatti, si è concluso con una “colletta” di otto miliardi di dollari di nuovi finanziamenti (di cui 190 milioni di euro dal governo italiano), senza però definire le vie operative e la ripartizione tra le diverse agenzie delle Nazioni Unite che si occupano della lotta contro la fame (la Fao, l’Ifad e il Wfp), né una via comune tra i 40 Paesi intervenuti per arginare la crisi e l’inflazione del nord del mondo e il diffondersi della fame nel sud. Anche il G8 dei ministri finanziari, riunitosi a Osaka il 14 giugno scorso, non ha elaborato rilevanti conclusioni riguardo le cause dell’inflazione delle materie prime, né è stato elaborato un piano di azione per contrastare, mediante forme di controllo o di indirizzo, le turbolenze sui mercati petroliferi e su quelli valutari. Interessanti sembrano essere le argomentazioni di Giulio Tremonti, che valorizzano il ruolo della redistribuzione dei “benefici da congiuntura”, mediante la sua Robin Hood Tax sui profitti della compagnie petrolifere. Occorrerà vigilare, affinché i petrolieri non trasferiscano il maggior onere sul prezzo al consumo, aumentandolo. Al contempo egli propone, in sede G8, di innalzare l’imposizione fiscale sulle operazioni a termine sul petrolio per scoraggiare gli atteggiamenti speculativi. Il mondo, nel frattempo, ha gli occhi puntati sulla imminente elezione presidenziale americana e attende ancora l’avvento di un “uomo nuovo” che sappia arginare la speculazione e riportarla entro i margini fisiologici e utili per il sistema produttivo e per l’economia mondiale. Nell’attesa è utile che gli imprenditori europei resistano alla tentazione dei facili guadagni della speculazione e reinvestano invece i capitali nelle proprie imprese, per innalzare l’apporto tecnologico e con esso la produttività del lavoro dei propri dipendenti.
giovedì 19 giugno 2008
La manovra fiscale
di Emanuela Melchiorre
pubblicato il 20 giugno 2008 su http://www.ragionpolitica.it/La priorità per l'economia italiana è di tornare presto sul sentiero della crescita e tale obbiettivo può essere raggiunto solo attraverso la lotta agli sprechi e alle inefficienze pubbliche e private, incentivando la produzione, la flessibilità e la produttività del lavoro. È in questa ottica, quella liberista che ha caratterizzato la strategia del premier fin dalle origini, che è stata approvata ieri dal Consiglio dei ministri la manovra fiscale da 13,1 miliardi di euro per quest'anno e da 35 miliardi per il prossimo triennio. Tale manovra presenta un modello di Stato, secondo le parole di Silvio Berlusconi, «che costa meno, che semplifica, che toglie vincoli e che produce libertà». Grazie a tale Finanziaria, sostiene il Premier, sarà centrato l'obbiettivo del pareggio di bilancio entro il 2011 senza ricorrere a nuove tasse, eccezion fatta per le maggiori aliquote per il settore assicurativo, bancario e petrolifero.
Il pacchetto fiscale prevede, infatti, fra le molte novità, l'ormai nota «Robin Hood Tax» ovvero l'addizionale Ires sull'aumento di valore delle scorte petrolifere (che passerà dall'attuale 27% al 33%), che colpisce i cosiddetti «guadagni da congiuntura» della compagine petrolifera e che, secondo le previsioni, comporterà un maggior gettito di 4 miliardi di euro. Tali risorse saranno destinate a sconti alimentari e sulle bollette per i pensionati più poveri. Sul fronte fiscale è stato approvato l'aumento del prelievo per le banche e per le cooperative. A tal proposito, infatti, il commissario europeo alla concorrenza, Neelie Kroes, si era espresso nei giorni antecedenti al Consiglio dei ministri chiedendo formalmente alcune delucidazioni riguardo il favorevole regime fiscale di cui si sono avvantaggiate le cooperative fino ad oggi, in campo bancario e della grande distribuzione. Sono stati sollevati, inoltre, dubbi sulla compatibilità degli sgravi alle grandi cooperative e alle banche popolari.
Il ministro Tremonti ha annunciato ampi tagli alla spesa pubblica, specialmente a quella improduttiva, che comporteranno, secondo le previsioni del ministro, risparmi di 9-10 miliardi di euro tra Sanità, enti locali e Pubblica amministrazione. A tal proposito, infatti, è stato approvato il provvedimento che prevede un minor ricorso alle collaborazioni esterne per gli enti pubblici, contratti flessibili per le esigenze temporanee ed eccezionali, nonché un aumento della mobilità dei dipendenti pubblici, mentre, per garantire una maggiore trasparenza e, di conseguenza, una maggiore efficienza, ha vinto la linea già intrapresa dal ministro Brunetta, della pubblicazione sui siti internet delle retribuzioni dei pubblici dipendenti. Infine, sono previste l'abolizione dei «mini-enti pubblici» (sotto i 50 dipendenti) e una scrematura di quelli più grandi.
Per quanto riguarda il settore privato, la nuova strategia degli incentivi prevede la fine del regime fiscale agevolato per le stock options (che rappresentano una possibilità per i dipendenti di partecipare al capitale aziendale), mentre sarà esentato dall'imposizione fiscale il capital gain (ovvero il guadagno in conto capitale derivante da un'attività di compravendita di azioni, obbligazioni, titoli di Stato, derivati e valute) che verrà reinvestito in una nuova azienda o in «giovani imprese» con non più di 3 anni di vita.
La manovra approvata ieri introduce interessanti riforme. È stata annunciata la delega «fondamentale» che, secondo i piani di Tremonti e grazie alla ulteriore Finanziaria «snella» che sarà varata a settembre, farà scattare la sessione parlamentare che porterà all'approvazione del Federalismo fiscale, definito come «la vera riforma». Sarà introdotto, inoltre, il nucleare nel nostro paese (mediante il disegno di legge per la delega al Governo per la localizzazione dei siti nucleari) che, come detto molte volte su queste pagine, è la via obbligata per comprimere i costi energetici, ridurre il disavanzo di bilancia commerciale causato dalla cosiddetta «bolletta energetica» delle importazioni e ridurre la dipendenza dell'economia nazionale dalle politiche espansionistiche di paesi politicamente instabili. Entro il 2008, pertanto, saranno individuati i criteri per la localizzazione delle nuove centrali nucleari. Una delibera del Cipe (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica), su proposta del ministro dello sviluppo economico Scajola, definirà le «tipologie degli impianti di produzione elettrica nucleare che possono essere realizzati nel territorio nazionale». Stesso iter sarà seguito per stabilire le procedure di autorizzazione.
Saranno liberalizzati i servizi pubblici locali, che ricadranno in tal modo sotto la logica della concorrenza tra operatori privati, comportando, come è auspicabile, una maggiore efficienza nel servizio e una riduzione delle tariffe, nonché una riduzione degli sprechi a carico dei contribuenti locali. Per garantire una maggiore flessibilità nell'ambito del mercato del lavoro verranno reintrodotti i contratti di lavoro previsti dalla legge Biagi «a chiamata» e di collaborazione occasionale, nonché, in un'ottica di «flexsecurity», le scelte sono state prese per facilitare il ricorso al part-time modificabile e all'abolizione a partire dal 2009 del divieto della cumulabilità tra pensione e retribuzione.
Saranno ridefiniti i Programmi del Quadro strategico nazionale 2007-2013 avviati dal precedente governo e i fondi, riallocati e destinati alle infrastrutture ritenute strategiche, saranno concentrati in pochi progetti prioritari, nell'ambito energetico, della telecomunicazioni, dell'ambiente (con particolare attenzione ai rifiuti) e dei trasporti. È prevista la costituzione della società per azioni «Banca del Mezzogiorno». Con un decreto del Tesoro, entro 4 mesi dall'entrata in vigore delle norme, sarà nominato il comitato promotore, che disciplinerà i criteri per lo statuto e le modalità di composizione dell'azionariato «in maggioranza privato e aperto all'azionariato popolare diffuso». L'apporto al capitale da parte dello Stato sarà di 5 milioni, da restituire entro 5 anni. Infine, entro sessanta giorni dall'entrata in vigore della manovra fiscale sarà varato un Piano nazionale per la realizzazione di «misure di recupero del patrimonio abitativo esistente o di costruzione di nuovi alloggi». Saranno previsti aiuti alle famiglie a basso reddito e alle giovani coppie, agli anziani e agli studenti, nonché agli immigrati regolari per l'acquisto della prima casa.
Emanuela Melchiorre
venerdì 13 giugno 2008
Bce, una visione troppo monetarista dell'economia

di EMANUELA MELCHIORRE
Pubblicato su http://www.ideazione.com/
[12 giu 08] In un sistema di banche centrali come quello europeo, in cui prevale la visione monetarista dell’economia, il metro di giudizio per le previsioni per il futuro dell’eurozona è esclusivamente quello monetario e trascura tutte le implicazioni di carattere economico della congiuntura sfavorevole di questi ultimi anni, tra cui la crescita del Pil dei Paesi dell’area dell’euro e dei livelli occupazionali, nonché l’andamento degli investimenti e della produttività del lavoro. Ciò è evidente qualora si legga lo statuto della Banca centrale europea, che ha come unico obiettivo quello di mantenere il livello di inflazione al di sotto del 2 per cento. Esso si differenzia sostanzialmente dallo statuto della Federal Reserve, che al contrario pone sullo stesso piano la tutela del potere d’acquisto del biglietto verde, del livello occupazionale e della crescita economica della Federazione americana. Ciò posto, è evidente che le decisioni di tenere alti i tassi di interesse per contrastare l’insorgere dell’inflazione sia l’unica politica posta in essere dalla Bce, che agisce in perfetta autonomia. Quella monetaria è, infatti, l’unica politica accentrata e comune per tutti i Paesi dell’Unione europea. In quanto tale, pertanto, è uniforme in tutta l’area e non considera la situazione economica di ogni Paese membro.
Le previsioni al rialzo della Bce riguardo il tasso di inflazione dell’eurozona, pertanto, anche se non hanno sortito l’effetto immediato di un incremento del tasso di interesse di riferimento, che rimane al 4 per cento, comporteranno con buona probabilità, secondo quanto sostiene il banchiere centrale Jean-Claude Trichet, l’aumento di un quarto di punto percentuale entro luglio. Egli sostiene che un incremento dei tassi e la conseguente rivalutazione del cambio euro/dollaro possano giovare a contrastare l’inflazione nell’eurozona. Il banchiere centrale però trascura le cause dell’incremento dei prezzi che possono essere contrastate solo mediante politiche economiche oculate. Egli non si cura, inoltre, degli effetti che gli alti tassi comportano all’interno dell’area dell’euro. L’alto costo del capitale, infatti, è un disincentivo all’investimento per le imprese, che trovano oneroso aumentare la quota di capitale tecnico, ovvero tecnologico, che permetterebbe l’aumento della produttività del lavoro e con esso l’aumento della produzione e dell’occupazione. L’origine dell’inflazione internazionale e di quella importata nell’Unione europea risiede in gran parte nell’andamento dei prezzi delle materie prime (energetiche in primo luogo e di conseguenza alimentari) che risentono dell’andamento del cambio del dollaro. I Paesi produttori di petrolio, infatti, per contrastare la perdita del potere d’acquisto del dollaro, e quindi dei loro profitti, lasciano sostanzialmente stabile la produzione a fronte di una domanda crescente, che comporta in ultima analisi un incremento del prezzo di listino del greggio. L’andamento dell’inflazione sarebbe in parte già stato contrastato, quindi, se i Paesi dell’Unione europea avessero da tempo posto in essere una politica energetica comune, che incentivasse la creazione di centrali nucleari e che permettesse di liberarsi dal giogo della dipendenza dall’estero per l’importazione di gas e petrolio.
Da qui la considerazione che le politiche monetarie della Bce non sono sufficienti per contrastare l’andamento dell’inflazione e che hanno effetti depressivi sull’economia dell’area dell’euro. Occorrono invece politiche economiche di sviluppo che siano lungimiranti e coraggiose. La critica deve però spingersi oltre, fino ad affermare che l’attuale separazione delle politiche economiche e monetarie, con la titolarità della politica monetaria riconosciuta alla banca centrale indipendente, ha prodotto effetti perversi. I tempi sono infatti ormai maturi per considerare la politica di bilancio, o meglio il deficit spending, come uno strumento utile per innescare una spirale virtuosa di sviluppo economico, specie se destinata alla creazione di infrastrutture in ambito energetico e per ammodernare le vie di comunicazione. I parametri di Maastricht impediscono all'economia dell'eurozona di crescere in funzione delle sue molte potenzialità. Da quando è stato firmato il patto di stabilità tra i Paesi aderenti, la crescita del Pil, dei consumi e, soprattutto, degli investimenti è stata modesta, rimanendo inferiore a oltre la metà della crescita degli Stati Uniti. Ora siamo in recessione, con la produzione industriale italiana che registra valori di crescita negativi, le esportazioni verso i Paesi terzi sono ostacolate dall’euro forte e in tutta l’Ue l'inflazione è, secondo la Bce, al 3,4 per cento. È quindi più che auspicabile, anzi si impone, un cambiamento della politica economica dell'eurozona e, prima di tutto, una modificazione dello statuto della Bce, in modo che i governi e i parlamenti dei Paesi membri riacquisiscano almeno in parte i poteri monetari, cui hanno abdicato a favore della Bce indipendente.
domenica 8 giugno 2008
Il vertice Fao sulla sicurezza alimentare
di Emanuela Melchiorre
pubblicato su www.ragionpolitica.it il 7 giugno 2008
Sono 850 milioni le persone denutrite al mondo e secondo stime WFP è un imperativo che nei prossimi 20 anni la produzione agricola e alimentare debba aumentare del 50%. Sono queste le dichiarazioni ufficiali che hanno concluso il vertice che la Fao, l'Ifad, e il WFP hanno organizzato questa settimana e che è terminato giovedì 5 giugno scorso. Tra imponenti misure di sicurezza si sono riuniti a Roma, presso il palazzo della Fao i capi di stato di 40 paesi per discutere della crisi alimentare mondiale e delle sue cause. La conferenza ad alto livello è stata anche un'occasione per il premier Silvio Berlusconi per incontrare in via bilaterale alcuni capi di stato, tra cui il premier spagnolo Zapatero e il presidente francese Sarkosy, e per confermare i rapporti diplomatici e di franca amicizia tra i grandi dell'Europa e il nostro paese che, secondo le recenti parole del governatore Mario Draghi, «ha desiderio, ambizione e risorse per tornare a crescere...».
Il clima in cui si è svolto il vertice mondiale non è stato sereno e molti sono stati i giudizi negativi su come i diversi paesi hanno gestito l'emergenza alimentare. Sono stati criticati in primo luogo, e senza una conoscenza esatta del fenomeno, quei paesi che si impegnano nella produzione di biocarburanti, accusati di sottrarre risorse e generi alimentari alle popolazioni affamate per destinarli alla produzione alternativa di energia. Il presidente del Brasile Ignacio Lula da Silva ha invece difeso la produzione di bioetanolo, sostenendo che le cause che hanno innescato la spinta inflativa dei prezzi dei generi alimentari sono da ricercare nell'aumento della domanda di generi alimentari provocata in parte dallo sviluppo di alcuni paesi emergenti. «La soluzione - ha detto Lula - non è nel protezionismo o negli ostacoli alla domanda» ma «nell'aumentare l'offerta di cibo e aprire i mercati per poter fronteggiare la domanda crescente».
Non si è giunti a nessuna conclusione riguardo al ruolo che la produzione dei biocarburanti abbia avuto nella crescita dei prezzi dei generi alimentari o agli effetti sul clima dell'attività produttiva umana ed è stata rimandata ad ulteriori studi e approfondimenti e soprattutto ad altra sede, quella del futuro G8, la soluzione. Al contempo si è giunti alla conclusione che l'impennata dei prezzi è una conseguenza di un numero di cause che agiscono simultaneamente. Eventi climatici e sismici, atteggiamenti protezionistici, crescita della popolazione, cambiamenti climatici, scarsa disponibilità di sementi e di fertilizzanti. Un vecchio adagio recita: «quando si mettono tre economisti intorno ad un tavolo escono sicuramente fuori quattro soluzioni diverse». Si può replicare che quando, invece, intorno al medesimo tavolo si siedono altrettanti agronomi (autori di gran parte delle ricerche e delle pubblicazioni della Fao), invece, le soluzioni possono non trovarsi affatto e che ci si perda tra i discorsi vaghi e affatto scientifici sulle cause antropocentriche dei cambiamenti climatici. È quanto è successo al vertice mondiale. Infatti, vi è una causa che tra tutte è la maggiore, ma che è stata appena accennata durante le tavole rotonde che hanno animato il vertice e nel discorso del Presidente Napolitano. È il ruolo della speculazione internazionale sui futures dei prodotti alimentari che agendo sui mercati finanziari contribuisce alla formulazione del prezzo. Dopo lo scoppio della bolla speculativa delle borse legata alla new economy, la speculazione internazionale si è gettata prima sul mattone, la cui bolla è scoppiata l'anno scorso (vedi i mutui subprime) e che ancora produce danni, e ha continuato incrementando la bolla delle materie prime (petrolio e alimentari).
Un altro grande aspetto non affrontato con la dovuta serietà e pragmaticità in questo vertice è stato quello dell'uso dei prodotti agricoli geneticamente modificati e del ruolo che possono giocare nella lotta contro la fame. Solamente Silvio Berlusconi, nell'intervista congiunta alla Radio vaticana e all'Osservatore romano del 5 giugno, ha sostenuto che per combattere la fame nel mondo occorrono «una maggiore formazione, una più ampia messa a disposizione delle varie tecnologie, con il ricorso agli Ogm in tutti i singli Paesi, dove si deve arrivare ad una possibilità di sopperire autonomamente alle proprie esigenze alimentari. Il futuro - egli sostiene - non è che nell'auto-produzione di ciascun Paese». In realtà, le preventive discussioni sui biocarburanti sono servite solamente per distogliere l'attenzione dagli atteggiamenti protezionistici che i vari paesi pongono i essere. Della politica commerciale dei diversi governi e delle eventuali limitazioni alle liberalizzazioni si è discusso solo durante l'ultima riunione di giovedì, che si è protratta molto a lungo, fino a rimandare di quasi tre ore la conferenza stampa nella quale sono stati resi noti i risultati del vertice e la dichiarazione che i capi di stato hanno sottoscritto, con le numerose riserve di Argentina, Cuba, Venezuela, Equador, Bolivia e Nicaragua. Oltre alla promessa di una raccolta di otto miliardi di dollari di nuovi finanziamenti, gli impegni presi, secondo la dichiarazione, sono stati i seguenti: dimezzare entro il 2015 il numero delle persone malnutrite; un immediato sostegno per 1,7 miliardi di dollari alla produzione e al commercio agricoli; l'incremento degli investimenti in agricoltura; favorire la liberalizzazione del commercio; effettuare successivi studi sui biocarburanti per garantire la loro sostenibilità. Il vertice si è concluso quindi con le intenzioni di impiantare una Partnership mondiale e una raccolta di ingenti fondi (il presidente del Consiglio, intervistato da Radio Vaticana, ha affermato che l'Italia ha portato i suoi contributi per la lotta contro la fame nel mondo da 60 milioni a 190 milioni di euro) per permettere nell'immediato l'accesso alle sementi, ai concimi e ai foraggi per i paesi più poveri. Silvio Berlusconi, che ha presieduto la conferenza della Fao, ha affermato che proporrà al prossimo Consiglio europeo di escludere dai vincoli di bilancio degli Stati membri le spese sostenute per aiutare i Paesi poveri.
In questo vertice, è mancata del tutto però la formulazione di una via operativa su come tali aiuti finanziari e tecnici debbano essere posti in essere e utilizzati. Nonostante le parole entusiaste del DG della Fao Jacques Diouf, il risultato più evidente di tale vertice è stato la mancanza di coordinazione fra le numerose agenzie delle Nazioni Unite (Fao, Ifad, WFP) e la Banca Mondiale e tra esse e le numerose banche regionali (come ad esempio la Inter-American Development Bank). Si auspica che le risposte concrete arrivino in sedi più consone, come forse il futuro G8, e nei prossimi due mesi, in seguito alle ripartizioni dei fondi raccolti e delle competenze tra le varie agenzie delle Nazioni Unite e tra i vari paesi. A chi ha assistito ai lavori del vertice romano e che da tempo osserva l'operato delle agenzie delle Nazioni Unite rimangono però in mente due domande che ancora non hanno trovato convincenti risposte: «se le soluzioni non sono ancora state trovate, tanto meno in questo vertice, a cosa è servito fino ad ora il lavoro della Fao e delle altre agenzie internazionali che, da più di mezzo secolo e con l'ausilio ormai di incommensurabili risorse finanziarie, lottano contro la fame nel mondo?» e ancora «non sarà piuttosto finalmente arrivato il momento di rivedere il sistema organizzativo degli organismi internazionali secondo una logica di efficienza e di eliminazione degli sprechi di questo ambiente diplomatico che impiega gran parte del proprio budget finanziario per gli stipendi di un così grande numero di funzionari e consulenti?».
Emanuela Melchiorre
mercoledì 4 giugno 2008
Draghi promuove il governo
di Emanuela Melchiorre
pubblicato su www.ragionpolitica.it il 5 giugno 2008
Le considerazioni finali del governatore Mario Draghi all'assemblea annuale della Banca d'Italia è stata stringata, ma ha toccato sia pur velocemente i principali temi economici e le prime misure del governo, promuovendole, in vista dell'ammodernamento e della crescita economica e civile del paese.
Il contesto internazionale e le tensioni finanziarie
Il primo punto della relazione, come di consueto, è dedicato alla situazione internazionale e congiunturale, definita come un «ripiegamento ciclico mondiale». Draghi sostiene che la crisi dei mutui subprime non abbia intaccato sensibilmente il sistema bancario e finanziario italiano, avvertendo però che la crisi non è stata ancora superata. A tal proposito lasciano però perplessi le considerazioni che il governatore ha fatto riguardo all'uso della «finanza creativa». Egli infatti sostiene che tali strumenti abbiano reso il mercato finanziario più ricco di alternative e che tale varietà è un aspetto che deve essere preservato. La perplessità è proprio nel fatto che alla base della diffusione della crisi finanziaria, che ha causato appunto «il ripiegamento ciclico mondiale» e che è ancora «presto per dire se è terminata», ci sia lo spregiudicato utilizzo di prodotti finanziari, le cartolarizzazioni, che sono un risultato della ingegneria finanziaria in parola e che non permettono una effettiva percezione del rischio connesso all'operazione di compravendita finanziaria.
È facile pensare che speculazioni esclusivamente finanziarie, che sono del tutto scollegate dall'andamento dei valori fondamentali economici, siano il mezzo più rapido per la proliferazione e un canale preferenziale per la trasmissione degli effetti negativi delle bolle speculative, come quella dei mutui subprime, ma anche quella petrolifera e quella alimentare. La crisi petrolifera esiste già da molto tempo e non si è in grado oggi di prevedere il momento in cui essa scoppierà. Alan Greenspan sosteneva che non è possibile calcolare l'elasticità delle pareti delle bolle speculative. La bolla dei prodotti alimentari sta affamando il sud del mondo e inflazionando il nord. Le bolle speculative vanno individuate sul nascere e interrotte prima che possano amplificarsi e manifestare i loro effetti perversi, evitando appunto che i canali di trasmissione si diffondano e si rafforzino. Sulla politica monetaria e sul sistema dei crediti e delle banche il governatore ha espresso concetti che meritano un qualche approfondimento e sui quali ci proponiamo di ritornare.
È, invece, condivisibile l'atteggiamento prudenziale che ha suggerito il governatore alle banche italiane, chiedendo loro di rispettare le regole di Basilea II, ovvero di aumentare il patrimonio e «l'accumulazione di capitale in eccesso in epoche favorevoli per non essere costrette a contrazioni degli attivi in periodi di crisi». Ma come dimostra il continuo ripetersi delle bolle si tratta di concetti più facili a dirsi che non a mettere in pratica. L'atteggiamento prudenziale dimostrato dal governatore è in continuum rispetto alle considerazione dell'ultimo Financial Stability Forum, presieduto proprio da Mario Draghi. Ma a questo proposito, Tremonti si è detto però scettico e ha definito le misure adottate dal FSF come un ricorso ad una «aspirina» per curare un grave male.
L'economia italiana
Le considerazioni relative all'economia italiana si sono concentrate sul tema della produttività, un valore che in Italia è basso da oltre un decennio e che per il bene del Paese, delle aziende e dei lavoratori, deve mutare sensibilmente. La produttività del lavoro è la variabile chiave che permette ad un paese di percorrere la via della crescita. Occorre, quindi, che si pongano in essere investimenti oculati in tecnologia e incentivi alla ricerca per permettere alle aziende italiane di fronteggiare la concorrenza internazionale. Inoltre, la bassa produttività non ha permesso l'adeguamento degli stipendi al crescente costo della vita. Infatti, «il ristagno della produttività - sostiene il governatore - ha ridotto i margini per incrementi retributivi aziendali, frenandone la diffusione». In termini di competitività, le aziende italiane scontano, inoltre, una pressione fiscale molto elevata. «Per ogni 100 euro di costi del lavoro per impresa, il prelievo fiscale e contributivo per un lavoratore tipo senza carichi familiari è pari in Italia a 46 euro». Negli altri paesi dell'area dell'euro il prelievo è in media pari al 43% del costo del lavoro; nel Regno Unito al 34; negli Stati Uniti al 30%. Sui profitti di impresa l'aliquota resta superiore di 8 punti percentuali rispetto alla media europea.
La pressione fiscale e spesa pubblica - Secondo il governatore, l'economia italiana è inoltre strozzata da una eccessiva pressione fiscale, che è cresciuta proprio negli anni del governo Prodi e che ha raggiunto lo stesso livello, il 43,3% del Pil, che aveva raggiunto negli anni dell'ingresso dell'Italia nell'area dell'euro. Occorre pertanto che il prelievo fiscale passi dagli attuali livelli patologici a quelli fisiologici (almeno al 40% del Pil se non meno) per garantire la crescita economica del paese. Tale riduzione appare comunque modesta, visto che per rilanciare l'economia italiana sarebbe necessaria una pressione fiscale in linea con quella degli Stati Uniti. Il governatore ha promosso i provvedimenti che il governo Berlusconi ha posto in essere. Ha, infatti, affermato che la detassazione degli straordinari «può avere effetti positivi». Alla riduzione della pressione fiscale occorre affiancare misure per la riduzione della spesa pubblica che, secondo il governatore, dovrà essere di un punto percentuale l'anno per garantire il pareggio di bilancio pubblico entro il 2011.
I giovani nell'istruzione e nel mercato del lavoro - Della lenta crescita che caratterizza l'economia italiana ne fa le spese soprattutto la popolazione giovanile che è penalizzata in termini di minore occupazione e più bassi livelli salariali. Con un passaggio della relazione forse un po' troppo veloce e privo di particolari, il governatore sostiene che i giovani «sono mortificati da una istruzione inadeguata, da un mercato del lavoro - specie con il precariato - che li discrimina a favore dei più anziani». Il governatore si è dimenticato di dire che anche i lavoratori più anziani sono mortificati e più di tutti lo sono i pensionati. È purtroppo vero che in Italia vige «un'organizzazione produttiva che troppo spesso non premia il merito e non valorizza le capacità». Riguardo alla popolazione anziana il governatore è tornato sul tema della cancellazione del «divieto di cumulo tra pensione e lavoro» permettendo loro di continuare a lavorare e a mettere a frutto le competenze e le esperienze acquisite. La relazione del governatore ha poi toccato il tema del Mezzogiorno, la cui politica è stata fallimentare. In breve il Pil per abitante non raggiunge ancora il 60% di quello del centro-nord, la produttività è infine del 18% e il tasso di occupazione è più basso di 19 punti. I fondi spesi a favore del Mezzogiorno sono risultati quasi pari a quelli impiegati quando c'era la Cassa per il Mezzogiorno e l'Agenzia per il Mezzogiorno, ma i risultati, annota Draghi, sono stati inferiori alle attese.
Federalismo fiscale - Il governatore si è mostrato favorevole all'imminente processo di federalismo fiscale che a breve vedrà impegnato l'Esecutivo e ha rimandato alla via politica la maniera più adeguata per passare al nuovo regime fiscale, sostenendo però che i principi ai quali deve ispirarsi debbano essere quelli della trasparenza e della semplicità e che «chi riceve i fondi deve dare ampiamente conto del loro utilizzo», ovvero che si deve privilegiare il principio della responsabilità. Inoltre, è importante abbandonare il criterio della spesa storica «che premia l'inefficienza» e che «ogni onere aggiuntivo dovrebbe idealmente trovare finanziamento a carico dei cittadini cui l'amministrazione risponde». Il governatore ha concluso le sue considerazioni finali dicendo che il Paese ha desiderio, ambizione e risorse per tornare a crescere... Ma che ha anche una storia a testimoniare che non c'è niente di ineluttabile nelle crisi di crescita che da anni lo paralizza. I protagonisti della ripresa devono essere coloro che hanno in mano il futuro: i giovani, oggi mortificati da una istruzione inadeguata e da tanti altri ostacoli, tra cui un'organizzazione della produzione che non premia il merito e non valorizza le capacità.
Emanuela Melchiorre

